Alla scoperta del fotografo professionista Gianfranco Spatola

Pubblicato il 18 novembre 2016 da Fabio
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Abbiamo intervistato per voi Gianfranco Spatola che ci ha raccontato della sua esperienza di fotografo professionista.

Fotografo

 

 Raccontaci di te stesso e della tua attività. Di che genere di fotografia ti occupi?

Ho iniziato a fare fotografie quando avevo 14 anni, con una macchina analogica e un paio di obiettivi a focale fissa e scattavo cercando di raccontare quello che mi circondava. Ancora oggi se rivedo alcuni di quegli scatti mi rendo conto che avevano il pregio della voglia di imparare e della ricerca di qualcosa, come dire di un “posto nel mondo”.
A 16 anni ho fatto il mio primo reportage giornalistico fotografando, per un amico che faceva volontariato nel manicomio di Palermo, era il 1982, un esperienza forte per un ragazzo, ma che in qualche modo ha segnato il mio modo di approcciare alla fotografia. Da allora, mi sono dedicato al fotogiornalismo, ho sempre sentito l’urgenza di raccontare storie, ho collaborato con giornali: sia quotidiani come l’Ora o il Giornale di Sicilia, che magazine a tiratura nazionale e progressivamente ho integrato due passioni ossia il reportage ai viaggi realizzando molti servizi dai più svariati paesi, dagli Stati Uniti alla Grecia dal Giappone all’Argentina.
Oggi sono un freelance che si occupa principalmente di fotografia documentaristica cercando di raccontare quello che succede nel mondo, ma con una visione più ampia del semplice reportage su una rivista. Di solito mi occupo di progetti a lungo termine che poi si concretizzano in libri o in mostre. Così sono nati un libro sull’India e uno su Palermo, la mia città, uscito nel marzo di quest’anno, e alcune mostre come quella sul Giappone che è stata esposta anche a Roma in Galleria Colonna. Oltre ai viaggi un altro aspetto importante della mia vita è strettamente legato alla fotografia, vale a dire il teatro. Diciamo che oggi una grossa fetta del mio lavoro riguarda la fotografia di scena.
Infine, da alcuni anni ho iniziato a collaborare con L’Università di Palermo tenendo un laboratorio per il DAMS di fotografia occupandomi proprio di fotografia di scena e teatrale.

Raccontaci alcuni degli stili di fotografia che più ti appassionano. In che cosa si differenziano l’uno dall’altro? qual è il tuo preferito e per quale motivo?

La fotografia è tutta interessante, non c’è uno stile che risulta interessante più degli altri, anzi secondo me è fondamentale per fare fotografia e non semplici fotografie, guardare di tutto, osservare con attenzione il lavoro sia dei grandi fotografi che di quelli che per la prima volta si affacciano al mondo dell’immagine. Essere quasi  “ bulimici ” nell’osservare, perché solo guardando quello che fanno gli altri si riesce a capire qual è il proprio stile e come evolve nel tempo. Peraltro, volendo fare una provocazione, non esistono in realtà diversi stili fotografici esistono generi che però hanno tutti in comune l’occhio del fotografo che ha un suo modo personalissimo di osservare la realtà sia che faccia fotografia di moda o reportage di guerra. Mi spiego meglio se osserviamo le foto di Cartier Bresson molti le etichettano come foto “street”, ma in realtà in quelle foto c’è una ricerca maniacale della composizione fotografica che può essere pari solo a quella che alcuni fotografi di moda o di quella che viene definita “fineart” hanno e ricercano. La verità è che se la maggior parte della gente guarda senza vedere, il fotografo guarda e immagina quello che vuole realizzare in un modo assolutamente unico e visionario sia che stia scattando per Vogue oppure che racconti la vita nelle carceri.

Qual è l’elemento più importante per catturare la tua visione fotografica?

Domanda molto complessa, chi guarda le mie immagini, spero, ritrovi una onestà di racconto, una semplicità di lettura del mondo. Cerco di raccontare senza inserire sovrastrutture che possano modificare quello che sto vedendo. Nel tempo ho imparato che non si può intervenire sulla realtà, anche perché la fotografia è di per se un mezzo che può essere assolutamente falso e molto, molto potente come la parola scritta e basta veramente poco per travisare o interpretare in maniera sbagliata un singolo scatto. Per questo quando mi approccio ad un nuovo progetto cerco di documentarmi al meglio e di diventare spettatore inesistente di quella realtà. La discrezione diventa fondamentale per raccontare in maniera onesta e realistica. Anche per questo non amo molto la post produzione che riduco al minimo, meglio la riduco al semplice sviluppo del “raw” non intervenendo in alcun modo sull’immagine in se.

Quali sono i fotografi che più ti hanno influenzato? Cosa hai fatto tuo della loro visione fotografica?

L’elenco potrebbe essere lunghissimo, o molto breve, in realtà è difficile dire chi ti può avere influenzato, perché nella maggior parte dei casi osservando il lavoro di un fotografo si innesta nella mente il meccanismo che ti porta ad aggiungere un tassello alla tua esperienza che poi riversi quando sei tu sul campo a scattare immagini. Diciamo che la mia fotografia nasce dalla unione e dallo studio di fotografi che ritengo fondamentali per chiunque si approcci a questo mondo. Per citarne solo alcuni, e credo che sia una lista assolutamente riduttiva, passiamo dalle fotografie surrealiste di Atget a Cartier Bresson ma anche Avedon, William Klein, Daido Moriyama, Araki, Elliott Erwitt, Diane Arbus e potrei continuare ancora. Ripeto bisogna essere bulimici e guardare il lavoro di tutti, faccio  mia la citazione di Ansel Adams che diceva che “ Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato”.

Esposizione o libro. Sono due medium diversi per comunicare con le immagini. Ce li commenteresti?

Si sono due medium molto diversi, alle volte complementari e alle volte antitetici. Personalmente li trovo, oggi, come la forma più completa di presentazione di un progetto fotografico. Vista la crisi dell’editoria tradizionale le riviste non sono più disponibili a finanziare progetti di più largo respiro e quindi mai come oggi dobbiamo lavorare finanziandoci da soli. Poi a seconda del progetto su cui lavoriamo i costi possono essere anche notevoli soprattutto se poi il tutto non si concretizza in una esposizione pubblica a causa del fatto che il lavoro non viene comprato dalle riviste o perché non si trova un soggetto a cui interessa.
Realizzare una mostra peraltro oggi risulta più complesso in quanto, specie per una mostra personale, bisogna pensare in termini di fruizione dello spettatore ad un prodotto finale che abbia della caratteristiche che vanno al di là della semplice esposizione di scatti in sequenza. Quindi diventa fondamentale, a mio avviso, avere anche un’idea multimediale della presentazione delle proprie immagini quasi a creare una sorta di installazione che attiri e colpisca lo spettatore, sia che si tratti di una mostra per fini puramente artistici sia che si tratti di una esposizione utile alla vendita delle singole opere.

Inoltre risulta indispensabile, sia per una esposizione sia per la realizzazione di un libro, avvalersi del supporto di un editor che possa scegliere le immagini con un occhio diverso dal nostro, infatti noi siamo sempre influenzati dall’empatia con lo scatto, dalla storia che lo accompagna, dal momento in cui è stato realizzato. Spesso mi è capitato lavorando con degli editor che un’immagine che per me era forte e d’impatto veniva bocciata irrimediabilmente e invece un’altra per me poco interessante poi si rivelasse quella che aveva più successo.
La realizzazione di un libro risulta essere inoltre una bella avventura perché permette di poter esprimere al meglio un intero percorso lavorativo e creativo, come dire è il perfetto completamento di un progetto nato magari mesi o anni prima. Oggi, grazie anche alla qualità della stampa digitale, le possibilità di stampare un libro si sono moltiplicate e, per fortuna, si sono anche affrancate dalle esigenze di un editore o del mercato editoriale. Risulta sempre più facile autoprodurre un libro fotografico o coinvolgere nel progetto piccole case editrici di nicchia che realizzano prodotti di qualità con una spesa relativamente contenuta. Poi bisogna promuovere il proprio libro e quello dipende dalla nostra capacità di interagire con la gente in incontri e presentazioni che spesso sono interessanti punti di scambio e confronto con il pubblico, molto di più della mostra dove in realtà tranne che per le inaugurazioni poi il rapporto con il pubblico si riduce in maniera assoluta.

Ringraziamo Gianfranco Spatola per l’intervista concessa a ProntoPro.

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