Architettura ed Urbanistica

Pubblicato il 17 febbraio 2017 da Fabio
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Abbiamo intervistato oggi l’architetto Pietro Cafiero, che ci ha parlato di urbanistica e di architettura e di come queste due discipline si intreccino.

Parlaci un po’ di te. Come è nata la tua attività?

Ho aperto il mio studio PCA – Pietro Cafiero Architetto nel 2003. Ma in realtà lavoro nel campo dell’Urbanistica e dell’Architettura da molto più tempo. Già durante il terzo anno di università sono stato chiamato a collaborare con un Docente del Politecnico di Milano, il Prof. Alberto Mioni, che poi è diventato a tutti gli effetti il mio maestro. Trovarmi da semplice studente di Architettura catapultato nel mondo della ricerca universitaria e della professione privata (perché il Prof. Mioni operava in entrambi i settori) è stato molto stimolante oltre che formativo. Ho potuto contribuire attivamente alla stesura di Piani Urbanistici e partecipare all’attività del Dipartimento di Scienze del Territorio, come si chiamava allora. Insomma da studentello potevo vedere quello che succedeva dietro le quinte. E stiamo parlando del 1998. L’unico rovescio della medaglia è stato che i miei risultati accademici ne hanno un po’ risentito. Ho impiegato parecchi anni a laurearmi, “distratto” dal lavoro. Dopo la laurea, mentre facevo esperienza presso alcuni studi di Architettura, ho continuato a svolgere attività accademiche, prima come Cultore della Materia e poi come Professore a Contratto, sempre presso il Politecnico di Milano.

Oggi invece mi occupo a tempo pieno della mia attività professionale, inserito in un network più ampio, composto da altri studi. In questo modo sono in grado di coprire tutti gli aspetti della progettazione, dal design di mobili all’urbanistica.

Quali sono le principali determinanti di cui tenere conto in un progetto di urbanistica?

In realtà quello che sto per dire vale per tutti gli ambiti della disciplina. L’approccio che utilizzo si può applicare all’urbanistica come all’interior design. Poi è logico che ogni settore ha la sua peculiarità.

In generale nella progettazione (architettonica, urbanistica, d’interni) non si può prescindere da un buon rilievo dello stato di fatto. Quello che cambia è la scala, ma senza un rilievo approfondito e consapevole non si va da nessuna parte. Il rilevo non deve necessariamente essere omnicomprensivo. Soprattutto nel campo urbanistico servirebbe a poco. Il rilevo deve operare una sintesi del reale. È un atto conoscitivo ma anche interpretativo. Tu scegli cosa rilevare e cosa non è necessario o pertinente rispetto all’obiettivo che ti sei prefisso. In questo senso tu operi già una sorta di pre-progetto. L’importante è comprendere i meccanismi di funzionamento, i perché delle cose. In modo tale da poterti inserire in un contesto decidendo se rispettarlo o contrastarlo, ma in modo consapevole e non maldestro o peggio velleitario.

Rimanendo nel campo dell’urbanistica io ho idee un po’ anarchiche e penso che rispetto alle teorie attuali che tendono a imbrigliare i cambiamenti della città in modo molto rigido e cervellotico, sarebbe meglio cercare di assecondare certi fenomeni di trasformazione, andando a governare solo i grandi progetti urbani. Ma per fare questo ci vorrebbe un interlocutore pubblico forte, cosa assai rara in Italia.

Parlaci di un tuo progetto che ti ha colpito particolarmente

Premesso che tutti i progetti che ho seguito hanno in diversa misura la loro importanza, c’è un progetto che porto avanti ormai da molti anni che mi sta particolarmente a cuore. Si tratta del Recupero della Cascina Brambilla a Corbetta (MI). È un progetto completo nel senso che comprende sia la scala urbanistica (è un Piano di Recupero) che quella architettonica.

Il tema è molto delicato perché stiamo parlando di una cascina storica che compare nelle carte del Catasto Teresiano, ma che ormai si trova in uno stato di totale abbandono. Quindi l’intervento doveva essere necessariamente sensibile e rispettoso, senza però cadere nel mimetismo più deleterio. Allo stesso tempo la pluralità di interlocutori pubblici (il Comune di Corbetta, la Città Metropolitana, il Parco Agricolo Sud Milano e non ultima la Soprintendenza), ha reso assai difficile trovare una sintesi progettuale che accontentasse tutti, compreso il sottoscritto e la committenza.

La mia esperienza anche accademica mi ha permesso, insieme a una enorme dose di pazienza della committenza, di trovare infine una soluzione condivisa in cui il recupero dell’esistente si armonizza con i nuovi organismi, che rimangono però chiaramente distinti dal corpo originale. Si è lavorato prima sull’impostazione urbanistica del progetto risolvendolo dal punto di vista planivolumetrico e di inserimento nel contesto, per poi passare alla scala architettonica individuando un linguaggio moderno (o modernista) che dialogasse da pari con l’esistente senza scimmiottarlo, ma ponendosi con pari dignità sullo stesso piano.

Cosa ne pensi dell’architettura a servizio dell’urbanistica per progettare delle città migliori?

Credo che si sia ormai capito che io non vedo le due discipline come due fattori distinti, ma cerco di interpretarle da sempre come se fossero la stessa cosa, semplicemente a scale diverse.

La sintesi perfetta si può trovare nel titolo di un classico di Aldo Rossi, “L’Architettura della Città”, che mette insieme i due elementi.

Come ho già detto, le trasformazioni delle città ormai si governano attraverso i grandi progetti urbani più che con le norme tecniche di piano che contengono indici e parametri da rispettare. Parametri bidimensionali, non adatti a interagire con un mondo reale che si muove e trasforma su quattro dimensioni, le tre fisiche più il tempo. La città si dovrebbe progettare e disegnare esattamente come la facciata di un edificio, con la stessa attenzione per i dettagli e i particolari.

Quindi io non vedo tanto l’Architettura al servizio dell’Urbanistica, quanto una disciplina che per comodità e sintesi chiamiamo Architettura, capace di leggere ed interpretare il reale alle diverse scale, sapendone cogliere le connessioni che tengono insieme il tutto. Dal cucchiaio alla città, come dicevano Gropius o Rogers (l’attribuzione è incerta).

Ma tutto questo comporterebbe un salto culturale, soprattutto da parte dei tecnocrati pubblici, ancora troppo prematuro.

Ringraziamo ancora Pietro per l’intervista, ricordiamo che potete trovare il suo sito qui Pietro Cafiero Architetto

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