Come creare un reportage perfetto

Pubblicato il 11 Novembre 2016 da Fabio
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Abbiamo intervistato per voi Daniele Gussago fotografo ed esperto di reportage.

Reportage kosovo126

 

Come nasce la passione per la foto e la tua attività?

La curiosità per l’immagine fotografica è sempre stata presente anche in giovanissima età. Ero molto affascinato dalla piccola Kodak Instamatic che i miei genitori usavano per le foto ricordo delle gite in montagna. Tuttavia altri interessi erano presenti e non è quindi mai stata esplicitata una richiesta del tipo: per Natale vorrei una macchina fotografica. Crescendo, stimolato da amici che fotografavano e con i soldi dei primi stipendi mi sono iscritto ad un corso di fotografia e da lì in poi sono cambiate molte cose. La fotografia è diventata parte integrante della mia vita. Studio e ricerca non sono mai stati interrotti fino ad arrivare alla decisione di tentare la via della professione iniziata nel 2004. La prospettiva di trasformare in lavoro la propria passione è ovviamente molto allettante. Mettersi in pista è molto stimolante. Ci sono aspettative del cliente da soddisfare, bisogna entrare in relazione con altre persone e a volte lavorare in team. C’è molto lavoro di preparazione e studio. Naturalmente ci sono poi i problemi economici, investimenti in attrezzatura da ponderare bene, gli aspetti legali e fiscali. Questi ultimi decisamente opprimenti.

Quali sono gli attrezzi da lavoro che non possono mai mancare?

Gli attrezzi sono funzionali al lavoro da svolgere e al valore di quel lavoro. Certamente una fotografia scattata con un dorso digitale di medio formato è qualitativamente superiore a quella scattata con una buona reflex ma se viene pagata o utilizzata per un millesimo del suo valore allora è meglio usare direttamente la reflex. Bisogna anche stare attenti alle politiche di markenting dei produttori di attrezzatura fotografica, fotocamere ma anche obbiettivi e luci. Non si può pensare di cambiare o rinnovare l’attrezzatura prima di averla ben sfruttata. Resta comunque il fatto che la migliore attrezzatura è la nostra intelligenza e curiosità. Se si atrofizza quella, anche la più bella Hasselblad, non produrrà nulla di significativo.

Quali sono le maggiori difficoltà in questo settore?

Purtroppo siamo in una fase in cui le professionalità “intellettuali” sono soggette alla regola del massimo ribasso. E’ un problema serissimo che sta distruggendo l’attività professionale individuale. Ne soffrono anche figure che in tempi passati godevano di uno status che sembrava inattaccabile. Mi riferisco a professionisti come architetti, ingegneri, avvocati, designer ecc… Tutte professioni che facevano perno sulla persona del professionista e sulla sua abilità. Ora le cose sono molto cambiate e la complessità e i costi sono enormemente aumentate. Suppongo che tornare indietro sia di fatto impossibile e quindi penso che per affrontare questi problemi sia necessario costruire un team multidisciplinare. Non regge più la figura del fotografo con uno studio enorme, solo e che fa tutto, dalla moda all’architettura allo still-life e alla fotografia industriale. Serve una squadra composta almeno da fotografo, grafico, addetto marketing, videomaker: ognuno con compiti ben chiari e ovviamente un buon capitale di partenza e un buon progetto focalizzato su poche linee di prodotto. In pratica un approccio industriale molto diverso dall’approccio “passionario” e “artistico” tipico di chi è innamorato della fotografia in quanto tale. Una persona che invece vede nella fotografia un mezzo di realizzazione personale potrebbe pensare ad un lavoro che con la fotografia non c’entra nulla ma che consenta di avere tempo ed energie per svolgere un’attività di ricerca decisamente più sul versante artistico.

Quali sono gli elementi principali da prendere in considerazione per la creazione di un reportage perfetto?

Certamente le informazioni. Non si può iniziare un reportage senza aver studiato la situazione che si va a fotografare. In particolare bisogna cercare di capire il contesto umano e ambientale in cui si va ad operare soprattutto se si tratta di culture molto diverse dalla nostra, con valori e priorità anche molto diverse e al limite dell’incomprensibile. Una volta capito questo la scelta della tecnica e dell’equipaggiamento viene di conseguenza. Sarebbe un grave errore fare il contrario. Ad esempio pensare ad una complessa e prestigiosa attrezzatura digitale completa di computer e poi andare a operare in zone remote, con una dubbia possibilità di avere accesso a fonti di energia e con sabbia o umidità molto elevate. Dopo poco tempo non funziona più nulla. Meglio allora due o tre macchine analogiche meccaniche che funzionino sempre, anche senza pile. L’invadenza è poi un altro grave errore che commettono in molti. Una specie di “arrivano i nostri”. E’ invece preferibile entrare in punta di piedi, cercando di essere mimetici con l’ambiente sociale. Spesso risulta fondamentale avere il supporto di qualcuno del luogo, conosciuto e rispettato dalla gente e che ti possa mettere direttamente in contatto con le persone. La parte organizzativa è in pratica la più complessa molto di più di quella tecnica o fotografica. Ovviamente dopo aver ben pianificato bisogna essere pronti a sconvolgere tutto il piano e adattarsi alle mille sorprese che certa gente e certi luoghi riescono incredibilmente a proporre.
Un altro aspetto fondamentale è avere in testa un’idea di narrazione prima e durante il lavoro per non trovarsi con dei “buchi” narrativi. Quindi elaborare continuamente il lavoro mentre lo si sta svolgendo per capire se ci sono aspetti che non abbiamo ancora fotografato e andare a cercare queste immagini. In pratica non si può fotografare solo quello che ci capita davanti passivamente, bisogne cercare e a volte insistere per far capire le nostre necessità.

Ringraziamo Daniele Gussago per l’intervista concessa a ProntoPro.

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