Dal classico agli smartphone: viaggio nella fotografia

Pubblicato il 20 Marzo 2017 da Fabio
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Oggi con il fotografo professionista Fabrizio Pezzoli parliamo di fotografia e della rivoluzione portata nel settore dai social network e dagli smartphone.

fotografia

Ci racconti alcuni degli stili di fotografia che più ti appassionano?

Parlare di stile oggi non è semplice, data la quantità di immagini che vengono prodotte, condivise e visualizzate ogni secondo e viste le potenzialità offerte dai moderni software di post produzione. Insomma, in un secondo si può stravolgere un’immagine e cambiarne l’aspetto. Lo stile “in ripresa” è altra cosa cosi come la tecnica.
Diciamo che non amo la post produzione e che prediligo il classico taglio, cinematografico, la composizione in terzi, e quando possibile faccio sempre riferimento alla sezione aurea: la fotografia è figlia della pittura e dell’architettura, i canoni sono quelli ma è tutto reinterpretabile, per fortuna. Più che di stile o di tecnica, tuttavia, oggi parlerei di genere o di settore.

Ho uno stile classico: sono uno di quelli che ha iniziato con la pellicola, cresciuto nello studio di mio padre insieme ad altre due famiglie di fotografi.
Non ho uno stile preferito, dipende dal soggetto, dalla location dalla luce e dal meteo, sono troppe le variabili che influiscono: in teoria bisognerebbe avere sempre con sè, flash, bank, scenografie, un attrezzista, uno scenografo e un truccatore nella borsa. Ciò perché oggi è tutto molto veloce e spesso ci si trova nel posto giusto con la luce sbagliata e/o con il soggetto non disponibile o non sistemato: la fortuna e l’esperienza, per fortuna, aiutano.

Cosa ne pensi della post produzione? Qual è la tecnica fotografica che preferisci?

Parlando di tecniche e di stile mi fa sorridere, visto che uso poco la post produzione. Conosco colleghi che fotografano pensando alla post produzione come se fosse sempre necessaria: un tempo la post produzione nemmeno esisteva.
Da bambino, parlo del 1980, ritoccavo le foto bianche e nere con il pennello, si toglievano i puntini bianchi dalle stampe, e in camera oscura si mascheravano parti delle foto con le mani. Questa era l’unica post produzione che ricordo all’epoca.
Ribadisco, non sono un amante della post produzione, anche se la utilizzo costantemente ma solo per sistemare saturazione, contrasti e alte luci.

Sostanzialmente ho due tecniche.
Utilizzo il flash: 1,2,3 flash piccoli quando sono dal cliente o 4 flash monotorcia in studio, anzi mi sono reso conto che 5 flash sono l’ideale in una location come lo studio. Questo per quanto riguarda la fotografia di ritratto.
Quando, invece, mi viene richiesto di fotografare arredi solitamente lavoro in luce ambiente: in tali situazioni il flash aiuta, sì, per illuminare particolari di arredo ma snatura l’atmosfera degli ambienti e molto spesso genera grossi problemi, infatti i colori cambiano e i contrasti aumentano .
Quando realizzo riprese nel formato Google Street View il flash non si può usare, non è contemplato dalle linee guida e non è un caso.

Non credo di avere uno stile definito, sono un fotografo classico che viene dalla vecchia scuola, oggi invece basta un filtro ligthroom per cambiare il proprio stile in un secondo.
Se dovessi descrivermi amo le immagini incise, in gergo Crispy (croccanti), sature, e non amo l’utilizzo eccessivo che si fa di tecniche HDR.
La post produzione oggi è sovrautilizzata, a mio avviso: sarà che ne vengo dalla pellicola e quindi sono stato influenzato fin da bambino, ma le immagini un tempo erano morbide, ad esempio la pelle nei ritratti era liscia, oggi invece molti enfatizzano l’incisione, il contrasto e l’effetto 3D e il risultato è irreale.
Noi dobbiamo rappresentare quello che abbiamo davanti a noi, non dobbiamo mostrare più difetti o più particolari di quello che il nostro occhio vede.

Oggi la maggioranza dei giovani fotografi fa un utilizzo spropositato di filtri in post produzione, fin ad ottenere un risultato totalmente diverso dall’originale.
Io sono di un’altra scuola di pensiero, a mio avviso la post produzione non dovrebbe esistere, piuttosto non scatto. Credo che il soggetto, che sia una persona o un salotto o una bottiglia, debba essere rappresentato al meglio, la post produzione non deve essere un salvagente o un’ultima spiaggia.
Praticamente io non utilizzo mai Photoshop, se non per lavori di grafica.

Quali sono le sinergie che si creano tra web, comunicazione e pubblicità?

Le sinergie sono in ogni direzione: la pubblicità, intesa come settore, coinvolge tutti i media, il web e i social network. Questi ultimi sono diventati il media principale, la carta purtroppo sta sparendo ma, a mio avviso, gioca ancora un ruolo determinante: ad esempio, le brochure si stampano ancora e sono richieste. Strano ma vero ho ancora clienti che stampano, per fortuna.
Per risponderti, le sinergie sono costanti e in continua evoluzione: quando si parla di pubblicità vanno considerati tutti i canali possibili, ossia radio, tv, carta, web, social network, non c’è un canale che andrebbe escluso o considerato di meno.

Internet è un’arma a doppio taglio per un fotografo. Da una parte democratizza e rende accessibile un mestiere fino a un decennio fa più sconosciuto, dall’altra rischia di banalizzarne la tecnicità. Qual è il tuo pensiero a riguardo?

Internet, il web e i social network, sono strumenti, proprio come la tv, la radio e i giornali: il discorso è molto complesso, ogni media va utilizzato in modo differente valutando e calendarizzando ogni azione, ti parlo da pubblicitario e da consulente di marketing, l’attività che esercito quando non mi occupo di fotografia.

Riguardo al banalizzare la tecnicità non sono d’accordo. Il web è un amplificatore, i social nel bene e nel male permettono a chiunque di mostrare le proprie immagini.
Il problema di base è che vengono prodotte troppe immagini e, a mio avviso, il buongusto sta scemando, c’è poca cultura. Prima di diventare fotografo, ho studiato al liceo artistico e in seguito ad architettura, ho letto libri di storia dell’arte per 10 anni e sono quelli che mi hanno aiutato nel mio lavoro.
Credo che oggi i giovani dovrebbero partire dalla storia dell’arte antica, studiare Policleto di Argo, Giotto, Alberti e tutta la pittura e l’architettura fino ad oggi.
Credo, anzi, che la forza di internet sia proprio questa: consente a tutti di approcciarsi ad un mestiere e di studiare tecniche, stili e caratteristiche delle attrezzature con pochi click. La verità è che un fotografo è tale dopo anni di esperienza.

Ancora oggi vedo immagini oscene e pubblicità inguardabili, il problema è generale: sono anche i clienti che non vedono i difetti e, purtroppo, guardano solo i like sui social network.
Lo scenario oggi è un altro: grazie e per colpa degli smartphone tutti producono immagini e le giudicano, il solo problema è che gli smartphone hanno tutti un piccolo grandangolare e un’insignificante luce led.
La verità è che il settore ha subito un scossone: gli smartphone e i social network hanno cambiato la vita delle persone, il modo di presentarsi e di relazionarsi. Basta guardare come le persone inquadrano i soggetti, oggi i video sono verticali per adattarli all’interfaccia di Facebook e Snapcht, mentre le immagini sono quadrate affinché vadano bene su Instagram.
Il linguaggio e la fotografia stanno cambiando e noi siamo parte di questo sistema: una DSLR costa la metà di uno Smartphone, è di alta gamma e crea immagini di una qualità impressionante, eppure in pochi la possiedono.

Riguardo la professione, vivere di fotografia è possibile: internet non è un problema, ma uno strumento molto potente che bisogna saper usare ed essere sempre più social.
Come nella vita reale, oggi è più importante sapersi vendere che saper fotografare (visto che in post produzione si può sistemare tutto).
Comunque la cultura, lo studio, la ricerca, la tecnica sono la base di questa professione, il resto è marketing e buona conoscenza delle tecniche di vendita e tanta psicologia.

Ringraziamo Fabrizio Pezzoli per l’intervista che ci ha rilasciato. Vi ricordiamo che potete trovare maggiori informazioni sul suo sito ufficiale.

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