Design come esperienza sensoriale completa

Abbiamo intervistato per voi Giovanni, interior design, che ci ha raccontato un pò della sua attività.

Fotografia — Marta Roccetti

Ti occupi di interior design. Puoi parlarci più nel dettaglio della tua professione?

Quando mi chiedono di cosa mi occupo, rispondo che mi occupo di “design“. Il più delle volte lo sguardo del mio interlocutore sembra dire “si, ma che lavoro fai?”.

Design significa progettare: che si intenda per questo graphic design, brand design, web design o interior design, di base servono comunque creatività, idee, passione, stile. Progettazione, insomma, seppure con le appropriate differenze.

Lo so, è una semplificazione eccessiva per molti versi ma è un modo per racchiudere le varie facce del mio lavoro in una scatola che possa contenerle tutte.

Il core business di Moltefacce, la società della quale sono amministratore, è proprio il design: curare l’interior design di un locale, ad esempio, puó significare occuparsi anche dell’identità visiva dello stesso, che non può prescindere dal mood complessivo alla base della progettazione d’interni.
Mi occupo di design d’interni dal 2009 e ho lavorato nel corso degli anni con clienti e su progetti di carattere anche molto diverso.
Realizzare un progetto sul quale si è lavorato per mesi è una soddisfazione assoluta e vedere le tue idee prendere vita è una sensazione indescrivibile. Questo alimenta passione e voglia di fare, che sono le stesse ancora oggi.
Design, oggi come non mai, in un mondo in continuo fermento, significa interdisciplinarità (vedi Philippe Stark, tanto per citarne uno). La vera sfida è riuscire ad essere contemporaneamente multitasking e concentrati, aperti e curiosi rispetto al domani in un mondo fortemente instabile.
Dico sempre che progettare è una parola bellissima: significa contrapporre alla precarietà la pianificazione, significa credere nel futuro e tendere ad un continuo miglioramento.

Che competenze base deve avere chi vuole intraprendere questa carriera?

La figura dell’interior designer è ancora nel limbo di quelle professioni che sembrano settarie è un po’ snob.
In realtà è un lavoro complesso e per il quale è necessario approfondire diverse competenze interdisciplinari, che è più o meno difficile acquisire e che, come sempre, si approfondiscono soprattutto sul campo. Questo non significa, è ovvio, che i vari corsi, master e diplomi sparsi sul territorio non servano a nulla. Solo molto spesso si divaga in teorie e filosofie che poco hanno a che fare con la realtà di un cantiere.

La mia laurea in ingegneria, ad esempio, copre una parte delle competenze, che andrebbero se non altro attualizzate. La pratica è molto più efficace di qualunque genere di insegnamento, soprattutto in un settore dove è necessario essere concreti e capaci di stravolgere parti di un progetto da un momento all’altro. Tutto poi va completato con continua ricerca, voglia di mettersi in gioco, creatività, passione, stile e tante altre piccole e grandi cose che è quasi impossibile imparare sui libri e che fanno parte del DNA di un professionista del settore.

Parlaci di un progetto che avete svolto, di cui vai particolarmente fiero.

Sono tanti i progetti di Moltefacce che ci soddisfano e che portiamo nel cuore. In alcuni di questi ci riconosciamo di più, come ad esempio nel progetto degli interni del ristorante giapponese Megumi di Bologna, per il quale abbiamo curato anche l’identità e lo stile grafico.
È stato uno dei primi lavori che ci è stato affidato e c’era tanta voglia di fare e di sorprendere. E, ovviamente, se ci siamo riusciti è anche grazie ad un committente illuminato e ad un budget adeguato.
Per il Megumi abbiamo disegnato perfino lampade e pannelli in resina, siamo andati così nel dettaglio che tutto è coordinato e omogeneo.
Per prima cosa abbiamo deciso di utilizzare solo tre materiali: legno, acciaio corten e resina. Di pari passo abbiamo progettato l’identità grafica del locale, aggiungendo l’elemento oro per impreziosire tutto. Così foglie e polvere d’oro sono finite anche nell’impasto della resina che riveste, ad esempio, il banco sushi e i top dei bagni.
Buona parte delle idee sono nate, sono state disegnate e realizzate direttamente in cantiere. I mesi passati accanto ad artigiani, imprese e fornitori sono stati di grande insegnamento in un lavoro corale che si è espresso in ogni forma al suo meglio.

Ancora oggi il Megumi è considerato uno dei locali più belli a Bologna e questo ci inorgoglisce sempre.

Quali sono le maggiori difficoltà che si riscontrano nell’acquisizione di nuovi clienti?

Il lavoro di un libero professionista si scontra sempre con la difficoltà di scovare nuovi clienti, di fidelizzarli e fare in modo che apprezzino il valore del lavoro svolto. Il problema non è solo economico: apprezzare il lavoro di un professionista significa fidarsi di scelte e idee a volte anche molto astratte. Troppo spesso si incontrano clienti avari di stima e sempre sul piede di guerra. Dall’altra parte il libero professionista, abituato di frequente ai soli rapporti di cantiere, si chiude a riccio, avvinghiato alle proprie posizioni per orgoglio o vanità.
Le grandi aziende hanno figure dedicate che si spendono nella ricerca e nei rapporti con i clienti, ma le aziende più piccole non sono sempre così organizzate. Ecco, quindi, che il progettista è insieme art Director, designer e pr. Diventerebbe perciò molto complicato reperire clienti sempre nuovi e appassionati se non fosse per il passa-parola. Il resto lo fanno la correttezza, la lealtà e la genuinità nei rapporti. E, soprattutto, la buona riuscita di ogni progetto, che resta lì come migliore (o peggiore) esempio di quello che si è davvero in grado di fare.

Ringraziamo Giovanni per l’intervista concessa a ProntoPro. Scoprite di più su www.moltefacce.com
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