La fotografia e la poesia al servizio del furore creativo.

Un’intervista a Umberto Stefanelli, un fotografo estremamente preparato che ci racconta della sua idea di fotografia che trae origine da ben tre continenti, scopritelo con noi!

Presentati e raccontaci della tua attività. Come ti sei avvicinato al mondo della fotografia?

Mi sono avvicinato alla fotografia per caso. I primi scatti li feci a 16 anni, prima con la Canon ftb di mio padre, poi con una Polaroid che utilizzavo prevalentemente per gioco. Qualche anno più tardi scoprii la magia della stampa in bianco e nero, grazie ad un amico fotoamatore che aveva allestito una camera oscura in casa.

Fu però grazie all’incontro con il fotografo fiorentino Giancarlo D’Emilio che decisi di passare al professionismo. Proprio a Firenze iniziò la mia carriera professionale, dopo una breve parentesi londinese. Vendevamo fotografie di still life, immagini per cataloghi e pubblicità.

Dopo quasi due anni, però, avvertivo il bisogno di fare un percorso in solitaria, continuare a formarmi, specializzarmi e puntare a un lavoro di qualità. Mi rendevo conto che la fotografia commerciale non mi permetteva di esprimere la mia personalità fino in fondo. Nella primavera del 1997 mi trasferii a New York. Fu un periodo molto duro. Mi scoprii molto presto inadeguato a qual mondo in cui era concentrato il meglio della fotografia a livello internazionale. Nonostante le difficoltà, però, sentivo che quella città aveva qualcosa da darmi. Trovai lavoro in una piccola Galleria Fotografica nel pieno centro di Manhattan, dove iniziai ad occuparmi dell’allestimento delle mostre.

Anche lavorando in Galleria, avevo la necessità di fare qualcosa di originale che fosse solo mia, che avesse la mia impronta. Così un giorno ridestai il mio antico amore per la Polaroid e ripresi le mie esercitazioni sulle tecniche del distacco dell’emulsione, che avevo appreso nel periodo in cui vivevo e lavoravo a Firenze. Condussi lunghe sperimentazioni, per quanto riguarda i supporti sui quali applicare l’emulsione, le carte e gli altri materiali con cui poterli preparare. Realizzai così una serie di pezzi unici partendo da immagini di moda e supporti di vario genere. Un giorno li mostrai al titolare della Galleria in cui lavoravo, e la reazione fu incoraggiante: “Sono originali. Perché non le esponi qui?” Nacque così “Out of Fashion” la mia prima mostra negli Stati Uniti, nel 1999. Era un modo diverso di intendere e utilizzare la fotografia di moda. La mostra ebbe un discreto successo e fu esposta anche in altre Gallerie di New York. Ho cominciato quindi a lavorare con varie agenzie pubblicitarie e ho realizzato altre esposizioni sia in America che in Italia.

Nel 2001, l’amico e collega Claudio Cerquetti mi invitò a fare un viaggio in Giappone. La scoperta di quel Paese e della sua cultura, hanno influenzato profondamente la mia ricerca artistica ed il mio ideale estetico, anche se all’inizio, fu tutt’altro che semplice. Mi resi conto che per dialogare con loro, dovevo raffinare il mio lavoro, dargli un’impronta più intima, rendere i colori meno violenti, fondere contenuto e forma in maniera più sobria, per dare il giusto risalto a tutti gli elementi. La cultura e il modo di vita americano mi hanno regalato l’incomparabile piacere di osare, in termini originalità, colore, impatto visivo. Il Giappone, invece, mi ha trasmesso l’ideale dell’eleganza, della sintesi estetica, del senso della misura, del messaggio sussurrato. In effetti la cultura giapponese, che ho scoperto successivamente a quella statunitense, ha sfrondato e fatto maturare il mio linguaggio artistico e ampliato i temi della mia ricerca.

 

La fotografia è un mondo molto vasto, in cosa ti sei specializzato te? Quali sono le qualità che distinguono un professionista da un amatore?

Sono un fotografo di fine art. Produco progetti fotografici seguendo esclusivamente la mia ispirazione. Cerco sempre e comunque di compiacere me stesso, senza mai pensare all’eventuale mercato che le immagini – tutte rigorosamente stampate in serie limitata – possono avere. Credo ciecamente e fermamente nella Percezione Visiva. Senza di essa la fotografia è soltanto una scatola destinata a rimanere vuota. Se non “vedo” l’immagine non sarò certo in grado di catturarla, a prescindere dal mezzo utilizzato. Senza visione non si va da nessuna parte.

Il diffondersi delle nuove tecnologie ha stravolto il modo di fruire dell’immagine. E’ per questa ragione che ritengo che la differenza tra professionista e amatore si sia veramente assottigliata. A me interessa soltanto il risultato, a prescindere da come ci si arrivi. A prescindere dal mezzo utilizzato: telefono, compatta o dorso digitale da 50 megapixel che sia. Fotograficamente parlando ho la “vanità”, la passione e l’orgoglio per considerarmi un garagista di Bordeaux.

Quali sono i progetti dei quali vai più fiero?

Ho collaborato all’allestimento di vari progetti artistici con POLAROID, LEVI’S STRAUSS, L’OREAL, NOKIA, EPSON, GREY GROUP, YOUNG & RUBICAM, NIPPON TELEVISION, ZOOM MAGAZINE. Le mie opere sono conservate nel Polaroid International Museum U.S.A., nel Museo Nazionale della Fotografia di Brescia, nella Galleria Civica di Modena, nel CIFA – Centro Italiano della Fotografia d’Autore, nel Museo della Fotografia di Lishui – Cina, nello Shanghai Duolun Museum Of Modern Art ed in altre collezioni pubbliche e private, nazionali ed internazionali.

 

Nel mese di giugno 2009 ho inaugurato il mio blog: www.photogeisha.org La fotografia – e la poesia – al servizio del furore creativo.

Ringrazio ancora Umberto e consiglio a tutti di visitare il suo blog, nonché il suo sito umbertostefanelli.com

 

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