La loudness war

Pubblicato il 4 Aprile 2016 da Matteo
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La loudness war

loudness war

Oggi abbiamo l’occasione di intervistare Alex Balzama, ingegnere di Mastering presso la Swift Mastering, il quale ci spiegherà un nuovo fenomeno dell’industria musicale, la cosiddetta “loudness war”.

Che cos’è la loudness war?

La loudness war è la tendenza che si è affermata negli anni, dove il livello delle produzioni e master finali sono state spinte al limite della distorsione per riuscire ad avere il massimo impatto sonoro sull’ascoltatore. Nel corso degli anni, le case discografiche si sono fatte la per riuscire a pubblicare i propri prodotti a livelli più alti. Al giorno d’oggi, anche se le etichette non sono più così determinanti nella distribuzione dei prodotti musicali – a causa di Internet – questo trend sembra continuare anche tra gli artisti indipendenti, i quali cercano di procurarsi un po’ di visibilità’ in più nel cyberspazio, facendo ricorso agli stessi stratagemmi impiegati etichette discografiche decenni addietro.

Ciò avviene perché l’orecchio umano percepisce livelli alti di pressione sonora come “più bilanciati”, con bassi più definiti e di impatto.  In realtà questo tipo di fenomeno è una mera illusione. Quello che il nostro cervello codifica come “migliore” altro non è che una deformazione del nostro sistema uditivo, dove le basse frequenze sembra vengano a mancare a bassi livelli.

Un grafico molto noto tra gli addetti ai lavori è il cosiddetto grafico di Fletcher-Munson:

loudness war

Questo grafico evidenzia come la linearità della risposta in frequenza del nostro udito ad alti livelli di pressione sonora (110db) sia superiore rispetto a bassi livelli (20 db), dove percepiamo principalmente le medie frequenze. Questo tipo di comportamento uditivo si è sviluppato come conseguenza al fatto che l’uomo, a differenza di altri animali, si affida molto alla comunicazione verbale e di conseguenza ha sviluppato nel tempo una sensibilità elevata nella zona di frequenza che va dal 1k ai 4k (quella della voce umana).

Per questo motivo, per arrivare a tali livelli di pressione sonora in mastering, un uso pesante sia di compressione che di limiting viene applicato al master finale, introducendo molta distorsione armonica. Il problema principale è che la qualità della musica ne sta risentendo tantissimo. A parità di livelli di ascolto, un master dinamico suonerà quasi sempre meglio di un mastering super compresso (in gergo “schiantato”).

Che cosa comporta questo fenomeno per il cliente finale?

Per chi acquista musica oggi, questo comporta una diminuzione nella qualità sonora del prodotto acquistato.

Che cos’è il mastering per il digital streaming?

Con la rivoluzione che Internet ha portato negli ultimi dieci anni, anche il modo di come ascoltiamo e consumiamo musica è cambiato. Molti ascoltano musica tramite il loro smartphone, computer e tablet. iTunes, Spotify e YouTube/Google Play sono le fonti primarie.

La cosa da tener presente nel 2016 è che quando la musica viene ascoltata in “streaming” tutte le piattaforme menzionate di sopra adottano un processo di “loudness normalisation” durante il playback. Si tratta di un controllo automatico del livello di loudness. I file, quando vengono caricati su questi siti, vengono analizzati da un algoritmo che ne calcola i LUFS (unità di misura moderna per il loudness) e automaticamente abbassa il livello in maniera conforme alle proprie direttive. In altre parole, piattaforme differenti offrono livelli medi di “loudness” diversi, in particolare:

  • Youtube = -13 LUFS
  • iTunes = -16 LUFS
  • Spotify = -16 LUFS

Il bello di tutto ciò è che ascoltando album di artisti appartenenti ad epoche diverse, non si notano più grandi sbalzi di volume. In fin dei conti, è un po’ quello che succede  durante le trasmissioni televisive: cambi da un canale all’altro e il volume è sempre più o meno costante.

Ora questo accade anche con la musica, per fortuna.

Conclusioni:

Quando perciò si fa il mastering per streaming, non ha più senso cercare di “schiantare” il pezzo per farlo suonare il più forte possibile, perchè verra’ automaticamente abbassato in modo da rispettare il valore di LUFS di quella piattaforma.

E rifacendoci a quanto  avevamo detto prima, dove abbiamo stabilito che un pezzo dinamico a parità di livello di playback, suonerà sempre meglio di uno “schiantato”, è facile capire come al giorno d’oggi sia meglio rispettare le regole e ottimizzare il livello del mastering per lo streaming.

Brano Masterizzato a -13 LUFS vs CD Version a -6 LUFS

1

 

Come si evince dalla foto, il master a -6 LUFS sara’ sicuramente più di impatto di quello masterizzato a -13 LUFS.

Una volta però caricato su YouTube, questo accade:

2

Si nota subito come i picchi del master “schiantato” caricato su YouTube non arrivino a fondo scala (al contrario del master a -13 LUFS) il che implica una diminuzione della percezione dei transienti generando di conseguenza l’impressione di essere più “soft” ma degradato a livello sonoro per via della distorsione aggiunta!

In che cosa differisce il mastering per il digital streaming dal mastering tradizionale su altri supporti, come ad esempio il CD?

Il CD è un formato che sta morendo e fra 5-10 anni nessuno lo userà più. Il motivo principale è dovuto ad Internet e allo streaming. La gente preferisce la scelta e comodità rispetto alla qualità migliore ed alla scarsa praticità del CD. Di fatto, il mastering “tradizionale” può essere definito come quello ottimizzato per il CD. Il mastering dedicato per lo streaming è l’innovazione più recente e agli occhi di molti ed è l’inizio della fine della loudness war.

Al giorno d’oggi, considerando la diversità dei formati e piattaforme su cui vengono trasmessi, codificati e processati i master, si consiglia sempre di rivolgersi ad uno studio di mastering qualificato, in modo da evitare qualsiasi spiacevole inconveniente.

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