La visione fotografica di Emanuele Caposciutti

Il fotografo Emanuele Caposciutti ci ho raccontato oggi della sua visione fotografica. Scopritela leggendo il testo!

visione

Mi sono avvicinato alla fotografia alla fine dei miei studi accademici. Fui spinto non solo dall’interesse per le arti figurative, che ho sempre avuto, ma anche dalla speranza di trovare nella pratica fotografica un contatto più diretto con le cose. Col tempo mi sono invece reso conto che una fotografia non è un’istantanea che rappresenti le cose così come sono, ma è un’immagine mediata che nasce dalla visione del fotografo e dalla sua interazione con la macchina. Per quanto mi riguarda, la mia personale visione è il risultato d’inclinazione e di anni di pratica. Fotografando mi sono reso conto che vado spontaneamente a cercare l’ordine. Per me ogni singola foto è uno spazio delimitato che ha da essere riempito in maniera regolare, si tratti di un ritratto o di uno scorcio cittadino. L’armonia e l’equilibrio delle parti sono quello che mi sforzo sempre di rappresentare. Potrei quasi affermare di avere un’idea classica della fotografia. Classica e per nulla emotiva. Non sono interessato a “colpire” o a “commuovere” l’osservatore; né tanto meno a “scuoterlo” o a “sconvolgerlo”. Cerco solo di trasmettere quel senso d’intima pace e soddisfazione che provo ogniqualvolta riesco a estrapolare o isolare l’armonia in ciò che mi sta davanti. Con tali premesse non sorprenderà che io mi trovi a mio agio in un genere come la fotografia d’architettura. La necessità di comporre accuratamente – pratica che d’altra parte ritengo imprescindibile, qualunque genere fotografico s’affronti – s’affianca al tempo che di solito si ha a disposizione per farlo. Quando il soggetto del servizio è un edificio, è concesso sia di sbagliare sia di perfezionare l’inquadratura, andando a correggere anche le sbavature. Il risultato equilibrato e armonico che cerco lo raggiungo (quando ci riesco!) con una pratica pacata e rilassante tanto quanto l’immagine che cerco di ottenere. Altri generi fotografici che mi sono congeniali sono il reportage e la street photography. Sono, a prima vista, antitetici alla fotografia d’architettura. In questi non c’è tempo di sistemare macchina e cavalletto: non c’è tempo d’indugiare, altrimenti si rischia di perdere un’espressione, una posa, una simmetria che emerge e scompare da un momento all’altro. Eppure anche in questi generi la composizione, la ricerca dell’armonia e della simmetria sono fondamentali. E quando riesco a portare a casa uno scatto che lasci traccia di un’armonia passeggera provo una soddisfazione unica, che la fotografia d’architettura non mi ha mai dato. L’edificio resta lì ad attendere di essere ritratto (l’unica cosa che cambi, e non solo durante la giornata, ma anche durante tutto l’arco dell’anno, è la luce – e non è certo poca cosa!), mentre quell’improvvisa simmetria potrebbe non manifestarsi più, o richiedere chissà quale attesa perché si ripresenti.

Ringraziamo Emanuele per aver condiviso con noi la sua esperienza ed il suo punto di vista e vi invitiamo a vedere i suoi scatti visitando il suo sito emanuelecaposciutti.com.

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