Paesaggio e fotografia: tutto quello che c’è da sapere per catturare un istante

Oggi la redazione di ProntoPro ha avuto l’occasione di intervistare Marco Jetti, fotografo di professione (www.marcojetti.com), che ci ha raccontato della storia della fotografia paesaggistica e di come riuscire a catturare appieno la bellezza di un paesaggio.

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Che cos’è la fotografia paesaggistica ?

La fotografia paesaggistica è sorella della pittura paesaggistica che storicamente è una delle forme d’arte più antiche. Si pensi alla iconografia religiosa che era spesso accompagnata da rappresentazioni dettagliate di paesaggi, talvolta inventati. Va precisato che per paesaggio non si deve intendere solo quello naturale ma anche quello artificiale, costituito dall’uomo, come quello urbano. Il legame tra l’uomo e il luogo, inteso come topos ovvero luogo in cui l’essere vivente riconosca la propria condizione di esistenza che sia mentale o fisica, è ancestrale e non si può spiegare il perché ognuno di noi sia tanto attratto da codesto paesaggio. Si pensi quanti di noi subiscano il fascino dell’alba o del tramonto, nonostante l’abbondanza di immagini di tramonti ognuno di noi dotato anche solo di un cellulare non ha resistito almeno una volta nella vita ad immortalare il sole che si abbassa sull’orizzonte.

Come si realizza un paesaggio la sera? e di giorno?

Da un punto di vista tecnico, la sottrazione di luce solare propria della fotografia notturna, ma anche quella crepuscolare, ci permette di allungare di molto i tempi dell’otturatore della macchina fotografica. Quindi se un paesaggio diurno deve essere fotografato con un tempo pari a una frazione di secondo, pena l’immagine troppo chiara (sovraesposta), lo stesso paesaggio in notturna potrà avere una posa anche di diversi secondi a parità di sensibilità ISO del sensore o pellicola. Il tutto si traduce in una differenza di lettura del trascorrere del tempo ovvero sarà possibile mostrare fisicamente il movimento degli oggetti illuminati e delle luci. Si pensi alle fotografie dove le automobili coi propri fari disegnano lunghe scie luminose. Esistono tuttavia dei particolari filtri in vetro chiamati ND (Neutral Density), o a densità neutra, che agiscono come lenti degli occhiali da sole; è così possibile sottrarre luce anche di giorno, ottenendo immagini molto simili a quelle notturne. Proprio l’immagine del mese di giugno 2017 del mio sito fa uso di questa tecnica con un’esposizione di svariati secondi in pieno giorno.

Come sceglie i tipi di paesaggio da fotografia?

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Personalmente, facendo il mestiere di fotografo mi sono trovato a fotografare luoghi molto spesso su commissione quindi l’esercizio che si deve fare è sempre quello di trovare il miglior punto di vista per ogni luogo cercando di enfatizzare le sue particolarità che non significa per forza ricchezza; un luogo può essere interessante anche per l’assenza di elementi, come un deserto. 

L’indole del fotografo deve sempre essere quella di sottolineare un particolare punto di vista e di comunicare la propria lettura dello stesso. 

In generale comunque credo che un luogo vada scelto non per le sue caratteristiche estetiche ma per l’interesse che ci trasmette e per la sua appartenenza al nostro progetto fotografico. È sempre bene ragionare non sullo scatto singolo ma sulla collezione di un portfolio che promuova il pensiero e l’idea dell’autore. 

La critica che si può inoltrare alla fotografia di oggi è la vastità di scatti individualisti col solo intento estetico e la penuria di racconti fotografici. 

Quali sono le differenze tra il fotografare un paesaggio e fotografare una persona?

 

Si tratta di approcci molti differenti tra loro. Personalmente per la fotografia di paesaggio il mio approccio è di tipo interpretativo di un luogo mentre per il ritratto il mio approccio è di tipo interattivo con la persona che sto fotografando. Un luogo va osservato, analizzato e quindi capito per le sue peculiarità. Questa cosa vale anche per la persona da ritrarre, tuttavia con l’essere umano abbiamo la possibilità (e il dovere) di comunicare per aiutare il soggetto ad esprimere il meglio all’interno di un’immagine. L’interazione con il soggetto lo aiuta anche a sciogliere quelle inevitabili barriere che si creano quando riconosciamo di essere immortalati e si tende quindi a costruire un personaggio che magari non corrisponde a quello che siamo nella realtà. Poi è anche vero che la fotografia non è mai verità ed è anche bello così lasciar interpretare un ruolo. 

In cosa consiste la post-produzione di una fotografia paesaggistica?

Personalmente il mio approccio verso l’editing fotografico, o il foto-ritocco, ha delle regole precise: ci deve sempre essere ma non si deve mai notare troppo. La fotografia di paesaggio troppo ritoccata a mio avviso scade sempre in una certa volgarità. Non ho nulla in contrario ad esempio con le immagini in HDR (High Dynamic Range) ma non devono mai essere troppo accentuate. L’immagine fotografica dalla pellicola al digitale è cambiata moltissimo. È noto come le pellicole avessero una “latitudine” maggiore rispetto agli attuali sensori digitali. In breve cambieranno ancora offrendo più ampiezza di luminosità, maggiori dettagli sia nelle ombre sia nelle luci alte. Il nostro occhio è sempre la migliore macchina fotografica esistente. Si pensi alla solita immagine del tramonto: se vista ad occhio nudo cogliamo perfettamente sia l’intensità del sole arancione sia le parti in ombra perché in controluce. Se però proviamo a scattare una foto, ci accorgiamo che la macchina da sola non sa “interpretare” quello che vediamo e quindi ci pone una domanda: vuoi vedere il sole o vuoi vedere le parti in controluce? La post produzione non è altro che la risposta a queste domande e ci permette infatti di ricostruire fedelmente quello che l’occhio, la memoria ma soprattutto l’interpretazione del fotografo vedevano di quel tramonto. 

Ringraziamo Marco Jetti che ci ha concesso questa intervista. Tutte le immagini dell’articolo sono tratte dal su sito.
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